Produttività e AI: perché il nuovo divario USA-Europa riguarda direttamente le PMI italiane
Negli anni '90 era quasi azzerato, oggi una famiglia europea media è più povera del 30% rispetto a una americana.
Su 6,3 mld stanziati per Transizione 5.0, richiesti pochi milioni. Con Industria 4.0, 2,2 mld prenotati in un giorno.
Secondo la Fed di Cleveland, livello simile a quello pre-boom internet degli anni '90.
La produttività del lavoro negli Stati Uniti sta accelerando, con stime che ricordano il boom di internet degli anni '90. L'Europa rischia di rivivere lo stesso ritardo di trent'anni fa, e per le imprese italiane — in gran parte troppo piccole per adottare le nuove tecnologie — la finestra per agire si sta restringendo.
La produttività USA accelera: i numeri e il contesto
La produzione per lavoratore e per ora lavorata negli Stati Uniti sta crescendo a un ritmo che, secondo l'Economist, è quasi il doppio rispetto allo stagnante 1% registrato per gran parte degli anni 2010. Un dato che ha spinto la Federal Reserve Bank of Cleveland — tra le più attente all'andamento della produttività nel sistema della Riserva Federale — ad alzare la stima della crescita del PIL statunitense a lungo termine.
Secondo gli economisti di Cleveland, la probabilità che l'economia americana sia entrata in un regime di alta crescita della produttività si attesta oggi intorno al 40%, un livello paragonabile a quello che precedette il boom di internet alla fine degli anni '90.
Le cause non sono riconducibili a un solo fattore. L'introduzione dell'intelligenza artificiale è la spiegazione più immediata: consente a molte persone di essere più produttive. Ma contribuiscono anche i guadagni di efficienza legati al lavoro a distanza e l'accelerazione nella nascita di nuove imprese. Parallelamente, la crescita della produttività ha coinciso con un aumento della partecipazione alla forza lavoro, inclusa quella degli immigrati — fattori che, in teoria, potrebbero diluire la produttività media anziché rafforzarla, rendendo i dati ancora più significativi.
Il precedente degli anni '90: un divario che non si è mai chiuso
Questo scenario ha un precedente preciso. A metà degli anni '90, le tecnologie legate a internet cominciarono a diffondersi nelle imprese americane. L'Europa reagì più tardi e con minore intensità. Da quel momento si aprì un divario di produttività che non si è mai richiuso.
I numeri lo confermano: nei cinquant'anni tra il 1945 e il 1995, il reddito pro capite europeo aveva progressivamente raggiunto quello statunitense, fino quasi ad azzerare la differenza. Oggi quel divario vale circa il 30%. In termini concreti, una famiglia europea media è più povera di una famiglia americana media per quasi un terzo del reddito.
La caduta non è stata uniforme. Nei settori ad alta intensità tecnologica — dove la capacità di innovare è il fattore competitivo principale — il distacco è stato profondo. Nella manifattura tradizionale, quasi impercettibile. Ma è proprio la capacità di innovare a trainare la crescita complessiva di un'economia.
Italia, tra politiche industriali efficaci e passi falsi
L'Italia ha avuto un'esperienza significativa in questo ambito. Il programma "Industria 4.0", introdotto nella forma di ammortamenti anticipati e ispirato alla "Quarta rivoluzione industriale" lanciata in Germania nel 2011, ha prodotto risultati concreti: nel biennio 2017-2018, gli investimenti italiani in macchinari sono cresciuti di quasi il 10% a prezzi costanti, dopo anni di stagnazione.
Il governo Meloni ha inizialmente sostituito questa misura con "Transizione 5.0", che però non ha funzionato: a fronte di oltre 6,3 miliardi stanziati, le imprese hanno richiesto solo poche centinaia di milioni. La marcia indietro è arrivata nel giugno 2025, con la reintroduzione del credito d'imposta sugli investimenti in macchinari. Il primo giorno di apertura, le imprese hanno prenotato l'intera somma disponibile di 2,2 miliardi di euro.
Non sono mancati errori operativi: il nuovo meccanismo inizialmente escludeva l'acquisto di macchinari prodotti fuori dall'UE, nonostante le macchine con tecnologia più avanzata provengano spesso dagli Stati Uniti. L'errore è stato corretto, ma ha generato incertezza nelle imprese — un costo non trascurabile quando si tratta di decisioni di investimento a medio-lungo termine.
Il vero collo di bottiglia: dimensione delle imprese e capitale umano
Oltre alle politiche industriali, esistono ostacoli strutturali. La gran parte delle imprese italiane è troppo piccola per adottare nuove tecnologie capaci di aumentare la produttività. I disincentivi alla crescita dimensionale restano un problema concreto: la flat tax, ad esempio, prevede benefici che un'azienda perde se il fatturato supera gli 85.000 euro annui, creando una soglia che frena l'espansione.
Ma il fattore forse più critico è il capitale umano. L'AI è arrivata a un punto in cui la tecnologia esiste ed è disponibile: la sfida non è più l'innovazione di frontiera, ma la diffusione nelle aziende. Per questo servono non tanto scienziati, quanto tecnici informatici, periti industriali ed elettronici con competenze pratiche. Un buon triennio di ingegneria, o anche un istituto professionale seguito da un anno nei percorsi di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore — corsi pratici, orientati ai laboratori e alle esigenze reali del mercato — può fare la differenza.
Cosa dovrebbero osservare ora le imprese italiane
Il quadro che emerge è chiaro: l'AI non è più un tema di ricerca avanzata, ma di adozione operativa. Le imprese che aspettano indicazioni politiche definitive rischiano di perdere tempo prezioso. Le aziende che invece investono ora in competenze tecniche e strumenti AI applicati ai propri processi — dalla produzione al controllo qualità, dalla logistica alla gestione clienti — si posizionano per catturare guadagni di produttività che i concorrenti più lenti non potranno recuperare facilmente.
Per i decision maker italiani, le leve immediate sono tre: investire nella formazione tecnica del personale esistente, sfruttare gli incentivi disponibili (verificandone stabilità e condizioni), e iniziare a sperimentare l'AI su processi concreti senza attendere la soluzione perfetta.
Non è un tema di consenso, ma di produttività
Il rischio più grande per l'economia italiana ed europea non è l'assenza di tecnologia, ma il ritardo nella sua adozione. Trent'anni fa, il mancato tempismo sull'onda di internet ha aperto un divario del 30% nel reddito pro capite tra Europa e Stati Uniti. Oggi l'AI presenta una dinamica simile, con la differenza che la velocità di adozione è ancora più alta.
Per le imprese, la domanda non è se l'AI cambierà il modo di lavorare, ma quanto velocemente i concorrenti — americani, asiatici ed europei più reattivi — sfrutteranno questi strumenti per essere più produttivi. Chi oggi rimanda queste scelte a dopo le prossime elezioni, o al prossimo ciclo di incentivi, potrebbe scoprire che il treno è già passato.
Cosa significa per le aziende italiane
- Le PMI italiane rischiano di restare escluse dal ciclo di produttività trainato dall'AI per carenza di dimensione e competenze tecniche.,Le politiche industriali italiane hanno mostrato che strumenti semplici e diretti (come Industria 4.0) funzionano, mentre schemi complessi (Transizione 5.0) falliscono nell'adozione.,La formazione tecnica applicata — non solo accademica — diventa un fattore competitivo immediato per le aziende che vogliono adottare l'AI nei processi operativi.
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